IL ROBOT NELL’UOMO – Parte prima: LA TRAVE MAESTRA
Nel 1987 usciva in Francia un romanzo intitolato Tous les matins du monde -Tutte le mattine del mondo- tradotto e pubblicato in Italia da Frassinelli. L’autore, Pasqual Quignard, aveva narrato le vicende di un musicista francese vissuto realmente nella seconda metà del XVII secolo, le cui scarse notizie bibliografiche non indicavano con esattezza né le date di nascita e di morte, né un nome preciso. Oggi noto come Monsieur de Sainte Colombe, tutto ciò che possediamo della sua produzione sono le partiture contenute in tre manoscritti, il primo dei quali scoperto a Ginevra nel 1966. È pressoché certo che Marin Marais, musicista della corte di Luigi XIV, lo conobbe e scrisse per lui un Tombeau pour Monsieur de Sainte Colombe.
Verso la conclusione del romanzo Quignard aveva immaginato una scena in cui Marais e Sainte Colombe sprofondavano in un vertiginoso dialogo sulla natura della musica. In una trasposizione cinematografica del romanzo (Alain Corneau, 1991) la scena si svolge così:
«Per gli stati che precedono l’infanzia, quando si era senza respiro e senza luce», conclude Marais, ovvero la musica come fenomeno contiguo agli stati dominati dal linguaggio. Il bicchiere dei morti o il “pensiero” di quelli che non sono ancora nati, la voce di coloro che sono «senza respiro e senza luce»; l’afflato cioè, di chi soggiace nel cono d’ombra dell’essere.
Uno degli aspetti più interessanti del taijiquan è l’immagine della trave maestra, che allude al pensiero filosofico taoista da cui si origina la stessa arte marziale.

Il primo ideogramma della serie qui riprodotta (che per intero definisce il taijiquan come boxe della trave maestra o del supremo fondamento), raffigura gli spioventi di un tetto uniti al centro da una trave; il simbolo dell’unità (la trave) e della dualità (gli spioventi) esemplificano così il concetto degli opposti yin yang sostenuti da un solo principio.
Per il Tao Tê Ching (opera non attestata prima del 250 a.C.), il principio è l’origine prelinguistica da cui procedono gli opposti che animano il movimento universale, e cioè quella realtà colta dal linguaggio che può diventare oggetto del pensiero. Ciò che si può vedere, toccare, annusare, ascoltare e definire con la parola è dunque il prodotto del movimento degli opposti retto dal principio. Il taoismo fa passare la sua stessa definizione per la rappresentazione dei suoi effetti e perciò esso resta ciò che è impossibile da definire. Si può dire in un certo senso che la filosofia taoista (o la filosofia in senso generale) sia cresciuta attorno a questa impossibilità, e che il vero oggetto del suo lavoro sia in verità ciò che viene definito un soffio vuoto. L’unica maniera che abbiamo per abbracciarne il concetto è indicare la natura di tutto ciò che danza intorno all’unità.
L’essenza del vaso non è la sua forma, ma il vuoto intorno a cui è modellato, l’essenza della ruota non è il cerchio, ma il buco del moggio al centro della ruota, e così via… «Per una cialda offerta all’invisibile», azzarda Marais poco prima di imbroccare la via giusta, «e che cos’è una cialda poi?» gli replica il maestro «essa si vede, ha un gusto, si mangia, non è niente». Non è niente. Per il taoismo ciò che si conosce non mostra nulla di sé, dato che è soltanto un effetto, per giunta in divenire, dei diecimila esseri. E allora «la musica esiste solo per parlare di ciò di cui la parola non può parlare»; di quello stato prenatale in cui non c’è respiro, quando il corpo è immerso nell’ovatta senza luce.
Nella teoria taoista che riguarda le tecniche di respirazione, alla quale si collega la medicina tradizionale cinese, il corpo umano è fatto di soffi che la respirazione può dosare e quindi far circolare correttamente.
Lo shen non è che un soffio celeste la cui sede è il cuore, che per i cinesi, come del resto per il nostro Antico Testamento, è organo del pensiero, non delle passioni, e pertanto viene talora tradotto con «mente». Lo shen può essere definito una energia cui spetta regolare l’insieme dei soffi costituenti l’essere umano.
(Aldo Tagliaferri, Il taoismo, Newton & Compton, 1996)
Particolare rilievo, nell’ambito della medicina tradizionale cinese e del taoismo ad essa collegato, è dato a una forma di nutrimento che consiste nel sostituire con il soffio i comuni alimenti mediante quella che viene definita «respirazione embrionale».
Secondo formulazioni che sono state modificate e variamente interpretate nel tempo, questa tecnica viene pensata essenzialmente come una forma di circolazione del soffio entro un circuito chiuso, scandita dall’alternarsi dello yang e dello yin, e agevolata da digiuni opportunamente regolati. Secondo alcune fonti, anche mediche, la respirazione embrionale ha effetti prodigiosi, come quello di fermare un’emorragia o di evitare le ustioni, ma per i taoisti essa conferisce soprattutto l’ambitissimo potere di agevolare nel corpo la circolazione del soffio primordiale. Ciò che, tuttavia, rende particolarmente significativa, ed emblematica del pensiero taoista, la tecnica della respirazione embrionale, è il fatto che essa rientra nella pratica fisica di una involuzione programmata al fine di raggiungere un benessere supremo […]; l’adepto si predispone a realizzare una vera e propria regressione allo stato del feto nel grembo materno, fino a rendersi inviolabile, perché del tutto autosufficiente, alle pressioni del mondo esterno. Si tratta di sperimentare uno stato psicofisico paragonabile a quel «sentimento oceanico» ipotizzato da Freud nel Disagio della civiltà, come sentimento di sintonia perfetta con la totalità del mondo esterno. Ignoriamo se con la respirazione embrionale i taoisti si prefiggessero di raggiungere uno stato di trance, mentre constatiamo che ai loro occhi tale pratica indica la via di un processo di estremo raccoglimento in sé, grazie al quale è possibile, ritornando ad uno stato supposto originario, superare l’orizzonte del pensiero puramente concettuale e porsi in sintonia col tao, dunque con l’indicibile.
(Aldo Tagliaferri, Il taoismo, Newton & Compton, 1996)
Il neidan, o alchimia interiore, è il termine con cui i maestri di taiji descrivono l’insieme delle tecniche psicofisiologiche della disciplina, finalizzate a formare nel corpo un universo chiuso, in cui la forza primordiale circola correttamente e non si disperde, come l’athanor dei nostri alchimisti.
Questa rivoluzione ripetuta trasforma l’essenza in soffio e nel ventre si forma il «cinabro», paragonato ad una goccia di rugiada, una perla formata dal soffio yin e yang, che si trasforma in embrione nella seconda tappa.
(Catherine Despeux, Taiji Quan, Edizioni mediterranee, 1993)
La descrizione della Despeux prosegue illustrando come, attraverso le tre tappe fondamentali, l’adepto produrrà poi un embrione o «bambino di luce» che sarà il «modello dell’adepto stesso» e ne seguirà la volontà, ma il taijiquan si distacca dal raggiungimento di questa terza tappa e concentra l’attenzione sulle prime due, volte ad istituire e fissare la circolarità corretta dei flussi yin yang attraverso i canali «di controllo» e «di funzione», chiamati rispettivamente dumai e renmai. Il risultato di questo processo si osserva bene qui:
Continua domani…